Cervello ed emozioni- nemici o alleati del running

di Juana Rosa Salvi Lorenzo – Psicologa

In questo ultimo decennio, molti coach e psicologi dello sport stanno applicando strategie volte a trattare le emozioni con la finalità di valutare le cause del comportamento dei loro atleti tanto quando si allenano come quando sono in gara. Questi professionisti si sono resi conto che le risorse innate e acquisite di un atleta sono senza dubbio importanti ma non sono sufficienti per far sì che diventino più competitivi. Si sono trovati con atleti molto preparati a livello fisico e anche mentale ma quando dovevano competere scattava un’ emozione come, ad esempio, la paura di perdere e l’atleta si paralizzava buttando all’aria mesi e mesi di allenamento e preparazione fisica e mentale.

Paura, rabbia, colpa, disgusto, tristezza, curiosità, sicurezza, ammirazione, allegria…sono tutte emozioni universali.

In questo senso, non si tratta di negare le emozioni o di sostituirle ad altre che spesso vengono chiamate “emozioni positive”, ma di saperle utilizzare e adattare alle circostanze o ai contesti che circondano l’attività sportiva, chiamato in termini psicologici “flessibilità emozionale”.

Tener conto dell’allenamento delle emozioni è rilevante sia in ambito professionistico d’élite sia in quello principiante o amatoriale.

Pertanto, non esistono emozioni negative, né positive ma piuttosto emozioni piacevoli o spiacevoli poiché partiamo dal presupposto di impronta evoluzionistica, che le emozioni sono state progettate sin dalle origini dell’umanità per svolgere delle funzioni molto chiare: adattabilità e sopravvivenza, entrambe prese in considerazione da parte del nostro cervello nel momento in cui prendiamo una decisione.

L’esempio più chiaro di emozione piacevole è la gioia che porta chi la sta vivendo a sviluppare comportamenti di permanenza. La paura di vivere il suo contrario, come emozione spiacevole porta a comportamenti di abbandono che tante volte abbiamo visto nelle competizioni sportive.

Dove si trovano e come si manifestano le emozioni?

Alla fine degli anni ’90 sono avvenuti importanti progressi nelle neuroscienze che hanno permesso di portare avanti esperimenti scientifici più approfonditi nel funzionamento del cervello nella risoluzione dei problemi.

Allo stesso tempo si è approfondita la conoscenza delle aree del cervello coinvolte sia nelle emozioni, situate nelle aree più profonde chiamate sistema limbico, sia nei pensieri o cognizioni razionali situati invece nella corteccia orbito frontale.

Questi progressi in neuroscienza sono stati sviluppati grazie a tecniche come: la tomografia ad emissione positronica (PET) e risonanza magnetica funzionale (fMRI).

Molti scienziati, la maggior parte dei quali neurologi, iniziarono alla fine del secolo scorso a pubblicare libri che evidenziavano l’importanza delle emozioni e il loro rapporto con la parte più razionale o cognitiva del cervello, come ad esempio nel 1990 l’americano Paul McLean con il suo modello sul “Cervello Trino” o il portoghese Antonio Damasio con il suo libro “L’errore di Cartesio” pubblicato nel 1994.

Prima di questi progressi in neuroscienza, le teorie psicologiche regnanti, concedevano la superiorità della cognizione sulle emozioni nel prendere decisioni, ad esempio: se l’emozione dominante era la rabbia, bastava cambiare pensiero verso uno più positivo per poter neutralizzare l’emozione prevalente.

La paura di perdere il controllo, ad esempio durante la gara, può paralizzare l’atleta scatenando all’improvviso sintomi fisiologici che gli fanno perdere il controllo del proprio corpo, quali: palpitazioni, tachicardia, tremori, senso di costrizione alla gola, sensazione di pericolo, destino imminente, aspetti che gli impediscono inevitabilmente di portare avanti la gara.

Si tratta allora di una nuova maniera di vedere l’allenamento psicologico dell’atleta dal punto di vista del corpo. 

Secondo Peter Levin, psicologo clinico americano esperto in traumi, “Il trauma è impresso nel corpo. Per curarlo è necessario creare uno spazio protetto da cui osservare l’accaduto”.

Bisogna pertanto lavorare con l’atleta su quello che è successo e su come è successo per dare un senso all’emozione e quindi essere in grado di imparare a riconoscerla e a reagire, se arrivasse l’occasione, in modo più adatto al contesto.

Il trauma genera una sorta di congelamento, blocco, che impedisce all’atleta di accedere a risorse che gli consentono di risolvere la situazione traumatica.

In questo senso, un’esperienza di fallimento diventa traumatica quando il corpo si sente sopraffatto e reagisce con impotenza e paralisi. Quando non c’è nulla che si possa fare per alterare il risultato degli eventi, il nostro cervello razionale collassa perché il cervello emotivo ha invece preso il controllo della situazione.

Oggi è noto che il 40% delle persone che soffrono di qualche trauma, non possono gestire le proprie emozioni con la ragione o con cambiamenti di pensiero tipici del cervello razionale.

Le prestazioni sportive, pertanto, non dipendono esclusivamente dalla condizione fisica, nemmeno dal controllo cognitivo, ma c’è una crescente evidenza scientifica che il fattore decisivo sta nella performance emotiva, un aspetto che può essere allenato e che paradossalmente non è quasi mai preso in considerazione nemmeno nell’alto rendimento sportivo.

Tecniche per allenare le emozioni:

La visualizzazione è una delle tecniche più utilizzate per l’allenamento delle emozioni. Sempre grazie ai progressi delle neuroscienze, è stato dimostrato che il cervello umano non distingue tra ciò che viene vissuto, immaginato e memorizzato. Per il cervello un evento è reale sia quando lo immaginiamo che quando lo viviamo o lo memorizziamo. Pertanto, si lavora con l’atleta attraverso l’immaginazione: la possibilità che veda sé stesso senza quell’emozione che lo ha paralizzato e gli ha impedito di portare avanti la sua performance portandolo in questo modo ad acquisire fiducia e sicurezza nelle sue possibilità di vincita.

Un’altra tecnica è rappresentata dalla Mindfulness la quale attua la respirazione diaframmatica mentre si insegna all’atleta a vivere nel presente e mettere da parte passato e futuro.

Si tratta di addestrare l’atleta ad osservare le proprie emozioni, ad accettarle e a non intervenire su di esse per evitare che si ripetano.

Studi scientifici hanno dimostrato che la Mindfulness è uno strumento che interviene direttamente nella corteccia cerebrale. Invece la tecnica della visualizzazione, così come un’altra tecnica chiamata “Compassion Focused Therapy” o Terapia Focalizzata sulla Compassione, intervengono direttamente sul sistema limbico. Nel caso di quest’ultima tecnica, è stato dimostrato che provoca cambiamenti anche a livello del sistema immunitario ed endocrino, quindi con validi risultati nella riduzione dell’infiammazione.

A giorno d’oggi, esistono diverse scuole di pensiero all’interno della psicologia che basano la loro terapia sulle emozioni.  Ad esempio, in Spagna troviamo la “Terapia de Interacción Reciproca” o Terapia di Interazione Reciproca sviluppata dallo psicologo e coach Roberto Aguado, direttore e fondatore dell’Istituto Europeo di Psicoterapia delle Interazioni Reciproche con sede centrale a Madrid. In Italia, invece, troviamo Giorgio Nardone, massimo rappresentante della “terapia a tempo limitato” che ha sede centrale presso il Centro di Terapia Strategica di Arezzo (dove svolge la sua attuale attività di Psicoterapeuta e coach).

Secondo Roberto Aguado nel suo libro “Es Emocionante saber emocionarse” o “È emozionante sapersi emozionare”: l’emozione decide e la ragione giustifica.

L’importante secondo lui non è sapere cosa fare ma soprattutto poterlo fare. Il “saperlo fare” ha a che vedere con l’emozione in cui ci troviamo (parte emotiva), con l’area adattativa del nostro cervello (Sistema Limbico). D’altra parte, il “Sapere cosa fare” ha più a che fare con la nostra intelligenza cognitiva, con la parte riflettente del nostro cervello situata nel lobo orbito frontale.

Pertanto, se la parte emotiva e quella cognitiva del cervello sono in equilibrio e la comunicazione diventa bidirezionale, allora il nostro cervello lavora in armonia. Il problema si riscontra quando un’emozione prende il controllo a livello inconscio e conseguentemente fa partire il programma di sopravvivenza. Quindi bisogna tenere conto che queste cognizioni razionali sono influenzate e subiscono un filtro che proviene dalle emozioni.

Corpo e mente sono strettamente legati nella prestazione sportiva, così come il contesto che circonda l’atleta.

Serve quindi una visione più olistica e contestualizzata che possa affrontare tutti gli aspetti che intervengono nella prestazione sportiva: preparazione fisica, benessere psicologico

 (tanto cognitivo come emozionale) e anche aspetti contestuali in cui vive l’atleta.

In questo senso, un gruppo di fisioterapisti con più di 15 anni di esperienza nella formazione in psiconeuroimmunologia clinica (PNI) grazie ai loro centri di formazione e cliniche denominate “Clinica Regenera” situate a Barcellona, ​​hanno ideato un programma di allenamento per atleti d’élite ma adattabile anche agli sportivi amatoriali chiamato “Regenera Élite”.

Questi esperti PNI, sulla base delle ultime scoperte scientifiche, nonché anni di esperienza di lavoro con atleti d’élite, affermano che se c’è una cosa che definisce il percorso degli atleti d’élite è la ricerca costante dell’eccellenza.

Con il programma Regenera Élite, l’atleta può ottenere i seguenti vantaggi competitivi:


– Uno stato fisico fuori dal comune e che previene gli infortuni.

– Ottima capacità di recupero post-sforzo o post-trauma.

– Mente indistruttibile capace di trasformare momenti difficili in opportunità di crescita.

– Padronanza profonda dell’area sociale che consente di eliminare o trasformare possibili relazioni sociali tossiche.

Questo nuovo approccio si contrappone a quello che da Regenera viene chiamato “l’attuale paradigma della fatica” basato sull’allenamento alternato a riposo in cui il carico di allenamento viene sopravvalutato.

Per Regenera, il carico è un fattore importante ma ce ne sono altri allo stesso modo decisivi come ad esempio: non soffrire di un’infiammazione di basso grado “Low Grade Inflammation” o avere flessibilità metabolica durante l’allenamento e la competizione. La flessibilità metabolica ha a che vedere con l’essere più resistente nella gara grazie all’utilizzo come substrato energetico da parte dell’atleta non solo dalle riserve epatiche e intramuscolari di glicogeno ma anche da altri substrati come i grassi e gli amminoacidi circolanti che fanno aumentare la capacità fisica del 50% e che consentono una maggior assimilazione da parte del corpo dello sforzo durante la competizione.

Questi aspetti non solo porteranno l’atleta a migliorare le proprie prestazioni ma ridurranno anche i tempi di recupero da eventuali infortuni che potrebbe subire. Gli atleti professionisti che partecipano al programma Regenera Élite spiegano che sono passati da 72 a 36-48 ore per recuperare dopo uno sforzo intenso ed essere al 100% delle loro capacità sportive.

In Regenera, mantenere una mente pronta a livello di controllo delle emozioni è fondamentale per far sentire l’atleta, in ogni momento e soprattutto nei momenti di debolezza, di essere sulla strada giusta, sul percorso che loro chiamano eccellenza e che in definitiva è l’emozione a cui ogni atleta dovrebbe aspirare: la sensazione di felicità e soddisfazione permanente.