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Riflessioni personali sul libro di Lilly Gruber: “Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone” [edito da I Solferini]

Non si tratta di un’opinione personale, né di una prospettiva distorta da una sensibilità di genere, né di un errore di parallasse dato da un bias cognitivo di chi frequenta circoli colti, ristretti e selezionati: il gender gap è un fatto concreto, dimostrato dall’evidenza di dati pubblicati e verificabili.

Un mondo globale ad impronta maschile, strutturato da uomini per uomini, nel quale dominano modelli machisti e misogini che, agiti con consapevolezza o ingenuità, per abitudine, convenienza o convinzione, impregnano la nostra cultura sociale, producendo percezioni alterate di sé e delle proprie capacità, siano esse sovra o sotto dimensionate. 

Si tratta di modelli culturali che negano sistematicamente alle donne opportunità e diritti a tutti i livelli della vita, sia essa lavorativa, politica, economica, sociale e perfino sanitaria. E’ proprio così, infatti anche la ricerca scientifica clinica e farmacologica sono incentrate sull’uomo adulto, occidentale e caucasico e solo da pochi anni si cominciano a contemplare ricerche specifiche su bambini che non siano solo piccoli uomini adulti, donne che non siano uomini senza attributi maschili o neri che non siano bianchi abbronzati, dando così spazio alle medicine pediatrica, di genere e antropologica, dove l’individualizzazione delle cure a partire dall’ascolto della narrazione di sé, oltre gli schemi ed i protocolli standardizzati, è ancora un futuro auspicabile. 

Una mancata condivisione del potere inteso come accesso alle dinamiche decisionali con le quali si disegnano gli equilibri di presente e futuro, una rinuncia alla ricchezza delle diversità che è concausa dell’ attuale decadenza culturale e di valori, nonché della crisi delle democrazie. 

Questi i temi trattati da Lilly Gruber nel suo ultimo libro dal titolo “Basta! Il potere delle donne contro la politica del testosterone” [edito da I Solferini]. 

Un pamphlet scritto con cognizione di causa, analizzando i fatti a partire dai numeri imbarazzanti e non più tollerabili sulle disuguaglianze di genere. Un giornalismo d’inchiesta che racconta un’asimmetria strutturata a discapito del sesso femminile in quanto tale e non correlata a capacità, competenze e merito. Un’allarmante disuguaglianza concettualizzata e reiterata sistematicamente, raccontata con la crudezza delle percentuali e dei numeri: al G20 sono solo 3 le donne che portano la propria visione della realtà, contro i 38 uomini; la proporzione tra donne e uomini parlamentari e ministri/e è di 1:3; a parità di qualifica, ruolo e responsabilità le donne sono retribuite mediamente dal 30% al 70% in meno degli uomini; in ambito sportivo non è previsto l’inquadramento professionale femminile, buco legislativo che lascia le donne del tutto prive di tutele per malattia, maternità e infortunio, portandole quindi a desistere o ad entrare nelle forze dell’ordine per compensare il mancato diritto; di tutto il terreno agricolo mondiale, solo il 13% delle donne possiede terreni coltivabili in un settore ancora prettamente maschile; la povertà giovanile femminile è del 22% in più rispetto a quella degli uomini coetanei; a 200 milioni di donne nel mondo è stata praticata la mutilazione genitale femminile e 1 donna su 3 ha subito una qualche forma di violenza nella propria vita; 39 sono le nazioni nel mondo dove la legge sull’ereditarietà non è uguale per tutti/e; 49 quelle prive di una legge contro la violenza domestica. La notizia disarmante però è che un’indagine stima che nessun paese raggiungerà la parità di genere entro il 2030 e ci vorranno ancora 108 anni per raggiungerla a livello mondiale.

Eppure esistono studi che evidenziano i vantaggi dei gruppi misti nel contesto scolastico, lavorativo, aziendale e nazionale: ad esempio le aziende che vedono la presenza delle donne nel proprio consiglio di amministrazione hanno un profitto medio del 20% superiore a quelle a sola dirigenza maschile, mentre il PIL nazionale sale considerevolmente dove le donne sono coinvolte nelle scelte politiche.

Al contempo è evidente che il potere, a livello nazionale e internazionale, declinato esclusivamente al maschile stia dando risultati fortemente discutibili. Ne sono prova l’incremento del debito pubblico, l’eccessiva tassazione per gli onesti a vantaggio di evasione e corruzione che restano per lo più  impunite, la crescita delle organizzazioni mafiose che si arricchiscono sempre più infiltrandosi nelle politiche locali e a livello globale; ne sono esempio anche la fuga dei talenti alla ricerca di opportunità e merito, l’aumento della precarietà e della disoccupazione, la carenza dei servizi, il cedimento delle infrastrutture come scuole, ponti, dighe e contenimenti; da non sottovalutare inoltre l’apertura della forbice economica che vede crescere parallelamente il numero dei grandi poveri e quello della ricchezza mondiale nelle mani di pochi, producendo così maggiori disuguaglianze e disgregazione sociale e territoriale con conseguenti conflitti sociali, ma anche lo sdoganamento della violenza, dell’intolleranza e delle discriminazioni delle minoranze, siano esse di genere, di pelle, di religione o di orientamento sessuale. 

Quindi, anche se l’ipotesi che le donne al potere possano fare di meglio è ancora da dimostrare in quanto non del tutto sperimentata, siccome “squadra vincente non si cambia”, quella che perde non dovrebbe forse essere cambiata? 

NO, non funziona così, almeno non nel modello maschile dominante, perché i giocatori non sembrano disponibili a farsi da parte e “saltare un turno” spontaneamente, obbligando quindi le donne ad imporsi in un gioco con regole non da loro disegnate, dove forza e sopraffazione sono le armi vincenti che le vedranno perdenti in partenza e sempre sub-alterne. 

Quella di Lilly Gruber è un’analisi consapevole della complessità storico-culturale in cui viviamo, dove la crisi economica correla con impoverimento, senso di insicurezza e vulnerabilità ma anche con chiusura sociale, autoreferenzialismo e superficialità: la mancanza di tempo, di voglia ed energia inibiscono  l’approfondimento di ciò che avviene e ci circonda, dando così adito ad approcci riduzionisti che producono soluzioni semplici per problemi complessi, lasciando così spazio ad una leadership mondiale che sdogana un modo diseguale di fare politica. E’ un esempio di competenza e professionalità dove la ragione ed il buon senso che guidano riflessioni, proposte e consigli concreti atti a promuovere politiche di autodeterminazione, inclusione, equità e cooperazione, si contrappongono alle propagande urlate alla pancia delle persone, con irresponsabile approssimazione, coltivando ignoranza, rabbia e violenza. E’ un grido che sottolinea l’urgenza che le donne si sveglino ed agiscano rapidamente per fare ciò che devono e che nessuno farà per conto loro, cominciando con il negarsi al potere maschile, a sottrarsi alle logiche di questa matrice di pensiero patriarcale e ad appropriarsi di ciò che loro spetta: il diritto di esistere una vita sociale e politica partecipata al 50%, dove potere è sinonimo di contributo alla costruzione di un nuovo modello, aperto e arricchito anche della loro alterità, in una prospettiva capace di contemplare potenzialità differenti di pari dignità, valore ed opportunità. E’ un manifesto contemporaneo del Pink Power che -“involontariamente” femminista- non si occupa di movimenti femministi bensì di diritti lottati e mancati, di giustizia e democrazia al tempo dei sovranismi globali e dei populismi strategici, che rappresentano un crescente neo-maschilismo internazionale, caratterizzato in primis dal negazionismo della discriminazione delle donne, grave presupposto che crea preoccupazione in quanto lesivo dei parziali diritti acquisiti nell’ultimo mezzo secolo, ma anche pericoloso per la stabilità delle espressioni democratiche tutte. E’ un testo che incoraggia la solidarietà tra donne, sostiene processi di autonomia femminile, intercetta nel neo-liberismo una delle causa della proletarizzazione delle donne, suggerisce strategie per uscire da questa asimmetria atavica e dalla falsa credenza che essa trovi le proprie radici nella genetica. Luoghi comuni e convinzioni privi di fondamento scientifico che supportano quella visione deterministica funzionale al mantenimento dello status quo, dove la realtà diventa ineluttabile in quanto basata su presupposti genetici immodificabili. Una prigione a due gabbie quella che da un lato riduce la donna all’ipotetica incapacità di occuparsi di temi prettamente “maschili” e -di conseguenza- all’impossibilità di potersi sedere ai tavoli di concertazione nelle “stanze dei bottoni”, e che dall’altro lato svilisce l’uomo nella presunta impotenza a superare i propri limiti e lo umilia nella supposta inettitudine a sentimenti e sensibilità considerate prettamente “femminili”. 

Ma la buona notizia è che da più di mezzo secolo sappiamo non essere così: dall’antropologia medica, alle neuroscienze moderne, all’epigenetica abbiamo informazioni chiare in merito al peso massiccio che imprinting culturale, esperienza collettiva e vissuto individuale ricoprono nel slatentizzare il potenziale genetico di ciascuno di noi, a dimostrazione che la genetica contiene certamente informazioni fondamentali ma non determina l’intera vita umana di ciascuno di noi, così come trascrive predisposizioni la cui espressione dipende in buona parte dagli stili di vita, ovvero dalla qualità con cui ci prendiamo cura di noi, delle nostre interazioni, dei contesti e dell’ambiente in cui viviamo. 

Ciò significa che l’inversione del paradigma deterministico con l’attribuzione di un’origine culturale alle disuguaglianze di genere anziché genetica, apre le porte alla speranza e restituisce dignità all’alterità in quanto valore a sé stante, richiamando all’azione tutti e tutte le persone capaci di buon senso. Così facendo si restituisce quindi alla femmina il negato potenziale intellettivo attribuito al solo maschio, mentre quest’ultimo viene liberato dallo stereotipo della limitatezza che lo contraddistingue, a favore di un cambiamento verso il superamento dei propri limiti (culturali e non genetici!), oltre la retorica del “maschio da capire, compatire e accudire”. Di conseguenza, come l’educazione sentimentale degli uomini avrà un impatto nei diversi ambiti sociali, anche una presenza femminile proporzionata e più stabile nei vari contesti dove si disegnano i modelli e le politiche avrà effetti benefici sui problemi che più attanagliano il Pianeta, quali le diseguaglianze, le guerre ed i cambiamenti climatici. 

Il tempo dei proverbi secondo i quali alcune mansioni spettino alle donne ed altri lavori siano prettamente maschili è giunto al termine, così come lo è quello delle promesse e delle parole al vento: è arrivato il tempo dei fatti e del cambiamento verso un’equità che dia voce alle sensibilità femminili e potere decisionale anche alle donne, non tanto per una questione di femminismo, ma piuttosto per una questione di civiltà che altrimenti rischiamo di perdere, insieme alla democrazia, alla pace sociale e alla vivibilità del pianeta, salvo il coraggio di attivarsi consapevolmente verso una decisa e coraggiosa inversione di rotta che ci permetta di costruire una pianificazione lungimirante del futuro. A noi il compito di tradurre la buona notizia in fatti concreti!

Per questo l’autrice non vede nell’uomo il nemico contro cui lottare, bensì l’alleato con il quale costruire un mondo migliore, capace di giustizia sociale e nuove forme di democrazia qualitativa partecipata. Una battaglia quindi che non è contro gli uomini ma con chi di loro è pronto ad uscire dalle maglie della trappola culturale del modello maschilista, una lotta che non è di destra né di sinistra ma di giustizia e civiltà per tutti. Un movimento però che non può partire che dalla voce delle donne

La scrittrice ingaggia quindi tutti, donne e uomini, alla lotta per un mondo migliore dove le parole d’ordine sono equità, rispetto reciproco, ascolto, dialogo, empatia, mediazione, diplomazia, concretezza, educazione e gentilezza. Un’adesione matura e strategica a politiche di genere indirizzate ad un cambiamento impellente nei diversi mondi della politica, della sanità, dell’istruzione, dell’ambiente, dello sport, dello spettacolo e del cinema, così come quello della Chiesa e delle religioni monoteiste, dove vige una gerarchia fortemente patriarcale. Politiche di uguaglianza e diritto che non possono prescindere dalla partecipazione attiva della donna nei vari contesti decisionali. 

Intransigente verso i modelli sciovinisti, l’autrice recluta tutti ma non risparmia niente e nessuno: nove capitoli in cui descrive fatti supportati da dati e relativi riferimenti bibliografici, correlati ai nomi più infestanti il panorama nazionale ed internazionale di un pensiero sessista, misogino, omofobico, razzista e discriminante, con il quale si sdoganano forme di violenza verbale in sostituzione al dialogo costruttivo, si agiscono attacchi personali come strategia di dialettica politica, si strumentalizza impunemente la sofferenza umana, si utilizza il disagio socio-economico a proprio uso e consumo, si promuove la violenza come soluzione ai conflitti, traducendo così l’intolleranza in pratiche d’odio, alleandosi con i forti contro i deboli, scendendo a patti con la corruzione in nome di una sicurezza, di una libertà, di una religione, mentre non si condannano i troppi atti di sopruso contro le minoranze, rendendoli così leciti. 

Il tutto sotto agli occhi smarriti di una società impoverita di ideali ed etica che corre per sopra-vivere e di fronte ad una comunità internazionale muta, lasca, povera di contenuti e troppo compromessa per potere dire BASTA!

Risuonano nomi altisonanti come quelli di Xi Jinping, Orban, Bolsonaro, Johnson, Trump, Putin, Erdoğan, Epstein e perfino quello di Salvini che parrebbe avere ispirato la giornalista dopo un’esperienza diretta in cui, irrispettoso e irriverente, per giustificare la propria maleducazione si sarebbe nascosto dietro la insostenibile retorica dello stereotipo dell’uomo inetto, secondo il quale non gli è dato fare di meglio, in quanto maschio. Una visione deterministica inaccettabile non tanto perché non gli si vogliano riconoscere limiti personali in quanto essere umano, ma in quanto strumentalizzazione di comodo incongruente che una donna di spessore come la Gruber non può lasciare inosservata. Salvini ci propone infatti una versione di sé che lo vedrebbe “geneticamente” incapace di gentilezza e sensibilità ma non di ricoprire ruoli pubblici per il bene comune. Tuttavia, le teorie più accreditate e basate su evidenze riguardo la buona leadership, sottolineano l’importanza delle soft skills come imprescindibile bagaglio culturale di chiunque lavori in team, in qualsiasi ambito ed a qualsiasi livello, soprattutto ad alti livelli. Scacco matto: strumentalizzazione funzionale basata sul modello maschilista e misogino o inconsapevole ammissione di ignoranza e inadeguatezza professionale?

Accanto alle critiche al potere maschile non mancano quelle al potere femminile mal gestito, sia esso per ignoranza, incompetenza, irresponsabilità o incapacità di uscire dagli schemi culturali del machismo, talmente radicati da sembrare scontati, ineluttabili, quasi genetici anche per le donne. Un potere maschio strappato con i denti dalle cosiddette donne con le palle che, arriviste e rampanti, hanno ottenuto addirittura il riconoscimento degli attributi maschili piuttosto che quello del merito in quanto donne capaci. Quest’ultime hanno scalato la vetta senza guardare in faccia a nessuno, a gomiti alti e tacchi in faccia, emulando quei “modelli maschili” piuttosto che promuovendo quelli femminili, reiterando così lo schema della supremazia e rafforzandone la matrice violenta, fino a sedersi sulla sedia del potere da cui hanno continuato ad esercitarlo a pieni titoli, su chiunque e in ogni contesto,  anche inopportunamente, come intrappolate in un personaggio da cui non sono più state capaci di uscire. Un esercizio di potere come pratica fine a sé stessa, piuttosto che come opportunità di espressione della propria alterità, originale e non omogeneizzata, piuttosto che possibilità di condivisione di una prospettiva atta ad arricchire la visuale sulla realtà complessa, finalizzata a trovare soluzioni alternative ai problemi contingenti, con progetti lungimiranti e futuribili, partendo dal merito e dalla professionalità, per una lecita promozione del cambiamento di paradigma. Altre invece, belle senza cervello, hanno assecondato il potere maschio nelle sue esigenze più becere che, sovrapponendo il piano del lavoro a quello privato, mescolando professionalità e sessualità e cedendo al ricatto o alla falsa illusione di una facile carriera, hanno svenduto il merito ed il corpo per una scorciatoia che le vedrà perdenti e sottoposte a vita, a discapito peraltro, oltre che a loro stesse, del modello e del genere femminili, in termini di immagine e opportunità. 

La Gruber non ha risparmiato niente e nessuno nella critica come anche nell’elogio, mettendo in luce i volti di chi è stata capace di pazienza e mediazione, determinazione e coraggio, offrendo esempi virtuosi da seguireSerena Williams, Megan Rapinoe, Sara Gama e Milena Bartolini per lo sport, Ursula von der Leyen, Angela Merkel e Nancy Pelosi per la politica, Greta Thunberg per l’attivismo e molte altre le donne che spiccano per la costanza con la quale hanno perseverato verso i loro obiettivi, per il merito raggiunto senza scorciatoie, per la competenza basata su cultura e sapere, in contrapposizione a tutti quei personaggi oscurantisti, miopi e portatori d’odio che popolano le pagine dei nostri quotidiani e invadono le nostre case attraverso i media. 

A partire da questi esempi la Gruber invita in primis le donne ad attivarsi per prendersi ciò che spetta loro, ad agire nuove politiche di opportunità reale e a condurre una lotta pulita ed efficace a partire dai fatti e dalla serietà, per dimostrare i risultati del proprio lavoro. Concetti complessi e significati profondi narrati con un linguaggio accessibile a tutte e tradotto in proposte concrete, corredate da consigli pratici ed attuabili sin da subito, nel tentativo di passare alle nuove generazioni di donne il testimone della lotta per l’uguaglianza.

Un grandangolo della società odierna ancora caratterizzata da vecchie retoriche maschiliste, non più assecondabili e quindi da smantellare quanto prima a colpi di cultura responsabile e futuribile a partire dalla revisione del concetto stesso di potere, ma anche un punto di partenza, un messaggio di speranza, una visione che illumina, con obiettivi chiari da perseguire e forme precise con cui agire un cambiamento necessario, non più rimandabile. Forme sostanziali e non estetismi sterili, all’interno delle quali la gentilezza è rispetto e la maleducazione è violenza. 

Un necessità di cambiamento dimostrata dai fatti e dai loro numeri, non solo per un mondo più equo, giusto e democratico ma anche per un mondo più sicuro, al fine di arrestare una violenza inaudita maschilista e misogina che -dal linguaggio alle azioni- produce nuova violenza, imbarbarimento culturale e impoverimento socio-economico. 

Un dibattito indispensabile riportato con energia e maturità al centro del discorso pubblico in merito all’invisibilità delle donne ed al suo superamento attraverso politiche di genere che impongano l’equità tramite strumenti legali come ad esempio le quote rosa che, seppur dalla scrittrice stessa poco supportate in passato, rappresentano uno strumento efficace per invertire la rotta e dare voce al silenzio. Uscire dall’invisibile per poi lottare per pari opportunità e diritti, per stipendi comparabili, per accusare senza paura né pudore chi molesta e aggredisce, per credere nei propri mezzi e affermarsi nel proprio ambito, per avere un peso come interlocutrici della stessa opinione pubblica. 

Una vera e propria chiamata alle armi della cultura e del bon ton in un momento storico che Lilly Gruber ritiene essere un punto di non ritorno, nel quale è giunto il momento per le donne di prendere e gestire il potere come mezzo e non come fine: un valido strumento decisionale “neutro”, da imparare ad usare eticamente e responsabilmente per il bene comune, senza timore né pregiudizi perché ciò che lo rende “sporco” è l’errato utilizzo che se ne fa e ciò che lo rende “cattivo” sono la cattiva fede e la corruzione. 

Sapranno le donne raccogliere questo sprone ed allearsi tra loro per nuove politiche di uguaglianza? Saranno capaci gli uomini propri di “sensibilità femminile” di attivarsi con esse senza percepirle come aggressive, pericolose o senza temere la condivisione del binomio soldi-potere, oggi più che mai motore di questo mondo a stampo maschile, dietro il quale si nascondo, in ultima analisi, le diverse forme di sessismo, maschilismo e discriminazione ancora così dominanti?